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venerdì 21 luglio 2017

Nespresso velenoso

E fu Nespresso.
Dalla Betta.
Una deliziosa nota rassicurante, materna e casalinga, nel marasma dimmerde che mi sto prendendo e nella piattezza pneumatica dei miei pensieri e della mia volontà.

Caffè, nero e caldo, anche se ci sono mille gradi fuori.
“Aha lo descriveresti così?” ghignavano le mie troiocompagne del liceo, assodando che la mia descrizione del caffè fosse la descrizione di “ciò che mi piace nel sesso” e se lo dice Madonnamoderna ci mancherebbe, puttanamiche, certo che sì.

Nero e caldo. Anche adesso che ci sono mille gradi fuori.
Ma oggi aggiungo anche: muscoloso, sudato, duro, grosso e lungo e in tutti gli orifizi in cui riesce a infilarmelo.
Saggezza dell’età, lo so.

In fin dei conti, però, avevano ragione loro a credere ai test di Puttanamadonnamoderna.
Che l’ho capito bene dopo, nella vita, a botte di antidepressivi e colloqui dimmerda: in fin dei conti Troiadimmerdamoderna è migliore di tanti luminari e luminaresse.

Nespresso e una sfinge muta, riccia, dalle curve mozzafiato.
Il mio, di fiato.
Mozzato dapprima vedendola dal di dietro, con quel culo imperial coloniale, poi dal davanti, dove ci sono sì le mammelle matrondittatoriali, ma soprattutto gli occhi sporchi che ridono.
Perché la Betta ha lo sguardo lurido, non c’è niente da fare. Ce l’ha anche quando non vuole, immaginiamoci se vuole.

“Perché vieni qui Taz? Non mi rispondere ‘per bere il caffè’, sii serio un secondo.” – mi chiede d’improvvsio, placida, con gli occhi lerci.
“Per te, Betta, per vederti, per te insomma...” – rispondo planando dalle natiche al suolo.
 “Per me.” – chiosa la femmina avvelenata, stingendo le labbra buccali, con un punto finale che dice più di cento manuali.
E poi incalza, innervosita, non più sorridente, ma con l’occhio cattivo.

“Cioè mi vuoi scopare.”
“Non ho detto questo.” – che i punti so metterli anche io.
“Ah. Perché siamo ‘amici’ quindi…” – e lì mi infastidisco io, con quel virgolettato fatto con le dita che odio, perché se ti sto sul culo non mi invitare, machiccazzo sei, chiccazzo ti conosce.

“Ok, ho capito, è ora di andare” – e mi alzo deciso, mezza tazzina irrisolta.
Lei non mi ferma e io sono gonfio di incazzatura come un cobra. E se anche fosse stato un “sì ti voglio scopare” che cazzo sono ‘sti atteggiamenti? Nell’albergo sotto la neve mi facevo le seghe o c’eri anche tu, cazzo di quella merdafrocia?

E in una manciata di nanosecondi, i due neuroni che non mi sono bruciato ancora fanno conti, rapidi, fulminei, che uno schiaffone glielo voglio dare, pesante, che faccia male, ma non son sicuro, eppure devo rischiare, non son sicuro, ma devo provare, lo devo a me stesso, lo devo alla salma dell’Immenserrimo TazioSuperstar ora defunto, scomparso, deceduto, certamente venuto meno.
Molto meno.
E me lo devo cazzomerda.

“Ventotto gennaio” – le dico girandomi secco e drammatico come si confaceva al compianto Tazionissimo UltraSuperStar.
“Cosa?” – chiede lei, secca, non capendo. Ed allora a tutto vapore, controfigura di un Uomo, fallo per TazioIlDivino, fallo per la sua memoria immemore stette la salma immobile orba di tanto spiro.

“Ventotto gennaio duemiladodici. La prima volta che ci siamo baciati. Non ricordo quella di quando ci siamo scopati, però.”
E poi via, senza girarmi.

Che i punti qui li metto solo io, cazzomerda.

E poi vaffanculo Betta.
Vacci di corsa.
Vaffanculo.
Tu e il tuo Nespresso dimmerda.

Ma avrà capito?





domenica 16 luglio 2017

Ylenia ti amo


Nella notte calda e solitaria, guido ascoltando i Simple Minds.
Camicia aperta, finestrino aperto, mi sale la voglia, accosto, sfodero il cazzo sotto il lampione giallo e meno, scappello e incappello, lo intosto, mi eccito, mi piaccio, il negrobianco, che cazzo da animale, che cappella, ma dai che si parte, vado a troie, stradali, luride, sudate, stupende.

Guido lento verso la zona e mi accarezzo la minchia, cambio automatico ti amo, senti come tira, mi tira il carro, eccone due, no, più avanti, che posso accostare parlando al finestrino mio, mostrando, esibendomi davanti a una sconosciuta, proviamo quella, sì quella mi arrapa.

“Ciao ammore icomestai? Uh! Sei già pronto ammore, che beggazo che hai, tanta voglia stassera, ma Ylenia ti toglie voglia ammore, sono 70 in macchina boca e figa coguanto…”
“Ascolta tesora, io ti pago anche di più, ma voglio leccarti tutta, dalla testa ai piedi, completamente nuda e poi voglio il culo…”

Si guarda intorno e ci pensa.

“Trecento e facciamo anche un po’ di  roba buona…” – e le faccio il segno internazionale del VickSinex.
Tu hai? Tu fai vedere…” – e mostro di straforo.
“Andiamo…” – e fa il giro della macchina e sale.
“Ho io posto sicuro no problemi, dire strada” – e mi sale l’ansia di venire sgozzato da due rumeni fatti di crack che mi inculano i soldi e la bamba, ma procedo con la minchia di marmo e Ylenia si accende una sigaretta e fa scivolare la sinistra sulla mazza ferrata, carezzandola con garbo.

“Tanto arapato eh? Senti come tira gazo, duro duro” – e ride segandomi leggera con la manina calda. Stupendo.

Nel capannone abbandonato, senza muri e senza porte, sapete quei capannoni che se io fossi un poliziotto in pensione e in dialisi controllerei di continuo?, beh nel capannone ci facciamo due belle curette inalanti veloci, così, per l’inverno, generose, poi lentamente comincio a divorarla come un Pitonsaurus TRex, leccandola, annusandola, facendole diventare i capezzoli due cazzi, che buon odore di femmina giovane da sesso, sudata, apri le gambe amore che te la lecco, depilata, ma con pistina di atterraggio, dio ma quante piste stasera, che traffico aereo, ma anche che sguazzo qui in mezzo, dolce e acida, piscia e lubrificante, odore di fica e puzzo di cesso, divina, secondo me gode davvero quando le lavoro il bottoncino, poi giù, fammi visitare il culetto amore, fammi sentire le crespelle carnose, amarognole, calde, ti contorci e spalanchi eh, ti piace Ylenia rumena zozzona eh? la cura inalante ti ha mandato a palla, come me, che la sto facendo dal pomeriggio, ma io prendo gli antibiotici anche, girati sulla pancia che ti mangio il culo, chiappe molli, ma belle e graziose, segno del costume perizomeo, guarda lì che bocciolone, non vedo l’ora di farmelo, ma intanto giù, via i sabot tacco novantasei e su i piedi, come i piedi no?, non esistono no qui amore, senti che delizia, senti la pelle sudata, la pelle a pezzetti sotto le dita, polverosa e che bel profumo di formaggino fresco di femmina, non stagionato, ti lavi, brava, è il mestiere che logora, senti amore, le senti abbastanza aperte le vie aeree? O è il caso che insistiamo con la cura?, meglio insistere, sono d’accordo.

E insistiamo.

Che botta cristoddio, se anche la polizia fosse in macchina me ne chiaverei, senti, ansimante Ylenia, facciamo cento zucche in più e saltiamo la storia del goldone e blahbla, che fa caldo e poi mi suda il cazzo?, e tiro fuori le cento zucche, mentre lei si dà all’ugola d’oro e mi tira una bocca di qualità medio bassa, ma accetta lo scoperto e la chiavo cabrio senza tanti preamboli.

E’ carina, anzi è proprio bellina, mi piace tanto, no, anzi, tantissimo e la bacio, provo un intenerimento abnorme, una voragine sentimentale e la abbraccio mentre mi abbranca con le gambe i fianchi, ti faccio male amore? “No è belo con-tinua…”, mi fa piacere che madame gradisca, sento che la amo, dal cuore, la voglio, la traforo triturando trucioli, mi abbraccia e la bacio di istinto e lei mi bacia aprendo la bocca, oh!, ma che stranezza, che bella intimità, pompo come un subwoofer innamorato pazzo e lei mugola un dolce canto rumeno, scritto dal Conte Dracula, molto carino, orecchiabile, ritmato da un movimento di bacino, un ballo propiziatorio, credo, ma dai che son contento Yle che sei venuta, sai? ma adesso dammi il buchino odoroso che anche io voglio riempirti di sborrona calda e si rigira, mentre io la fermo, su un fianco amore, entra meglio, mentre sapiente maestro di glandigitalidizzazizzazione, cerco il punto di rottura e spingo, piano, carezzandola, dicendole che è proprio bella e mi piace tanto, ma tantotantotanto e le innesto il  mostro nel culo, mentre lei si rende conto dell’enormità a cui assiste attonita e si attacca alla portiera con le manine, male amore?, no, continuo?, sì, entra, entro, senti come strozza col muscoletto sensuale e poi zac, l’ampiezza tenera del budello odoroso, ma senti che incularella che ci stiamo imbastendo Yle eh? e mi muovo lento, lascio che i muscoli si arrendano e poi comincio a fottere quel culetto dalle chiappe molline, mentre lei riversa il capo all’indietro, guancina sudata a guanciona sudata, ansima, la bacio e le strizzo le mammellette incazzate, la inculo, ti faccio male amore?, “No tu bravo, tu fare bene….” eccerto Ylenia, mica sono un puttaniere così, io sono IL puttaniere, fidati.

E cerca le mie mani e mi stringe con le sue, mentre io aumento il pompaggio e lei cerca di aprirsi più che può, mentre l’odorino di fossa biologica sale lento e caldo, a segnale che il tappo è tolto e si può cominciare a pompar la fogna.
Oh, Ylenia zozzona, ma quanto ti piace il supercazzone nel sederino eh? ciuccia adesso, ciucciamelo col culo, che voglio svuotarti nell’intestino i coglioni, dai, dai, dai e sborro grugnendo, mentre la mia odalisca stradale spinge il culo all’indietro per agevolare il mio, di espurgo.

***

“Ma tu paga putane per farle godere e snifare?” – mi chiede sudata marcia, mentre tenta di rinfrescarsi con delle merde di salviettine umidificate, che gliele avrà fatte il pappa a sputi, considerando che son secche e senza profumo, boh.

“Sì” – rispondo io sistemandomi – “ma solo quelle buone, sai, io sono Babbo Nasale” - e lì si ride che non vi dico.
Le annuso per l’ultima volta i formaggini piccolini e delicati come forma e come stagionatura, unghiettine rosse, lei dice nonononononono, ride, si rivolta zampettando come un satiro e mi dà un biglietto, fatto alla stazione, con su il suo nome e il cellulare.

La amo.

E’ splendida e dolcissima. E anche una ragazza tanto cara. Tanto. Eh.
Ma io sono su Saturno, che se stiamo lì un altro po’ me la spoglio e me la richiavo.
E ho amato a mille una cosa, che i puttanieri che mi leggono apprezzeranno: ha messo il cellulare in silenzioso e non ha risposto mai, anche se quel coso illuminava la borsa ogni tre secondi.

Brava.
Bella serata, era da tanto. Grazie Yle, ti amo.
E bacino e sorriso e via.
La amo!

Ah le donne! Come si fa a non amarle, quando son così sincere?
Ha!












Un pensiero a tutti voi

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venerdì 14 luglio 2017

urlo di servizio: B, Babbi, Neofelys, seagull

Tutto non risponde, BB.
Sogno una notte e la scrivo, ma la casella mi rifiuta.
Riscrivimi, ho bisogno di un gancio in mezzo al cielo.
Grazie.

💔

'Cuda


Tu ti rendi conto che potrei essere tuo padre, che sono povero in canna, alcolizzato, drogato e maniaco sessuale?”
“Boh, sì.”
“E’ tutto quello che hai da dirmi al riguardo?”
“Boh, sì, credo di sì.” – e ride molle come un marshmallow da abbrustolire.
“Ma a te piace più la speed o la bambolina da sola o la bianca da sola?” – chiede trasognata.
E io adoro queste occasioni di distinzione semantica tra i significanti.
“La bamba è facile, modulare, gestibile anche in chiesa. La speed mi fa scopare come un cazzuto dio medievale che il Trono di Spade lo usava come bidè, la thai da sola tirarla è uno spreco, magari fumarla sì, quello è da posh, ci sta.”
“Giusto, giusto. A me piace fumare la gialla. O farmi le pistine sul tuo uccello. Molto train spotting.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

“Tea, lo faresti un film porno?”
“Boh, se son strafatta come adesso, può essere che mi faccia anche un corso di ricamo”
“No, dai, seriamente.”
“Seriamente. Io e te un porno? Ci può stare. Hai le ‘attitudini’…” – e ride scimunita.
“Ma no, io faccio regia, fotografia, luci, sceneggiatura. Tu lo fai con un attore.”
“CON UNO SOLO? Nah, morta lì, poca roba.” – e si ride.

Poi si mette a sedere, nuda, alla luce della lampada gialla, arrotola, inala rumorosa, si massaggia le narici, si stende di fianco a me e mormora baciandomi “Faccio tutto quello che vuoi che faccia, scemo.”

E chiaviamo.
Moltissimo.

***
La Tea è come un’auto di grossa cilindrata, magari una di quelle definite da zingari, ma con un motore da panico. Uno come Max si accontenta d’andarci al bar facendola appena brontolare al minimo. Io voglio premere a fondo fino a farla urlare a settemilagiri in tutte le marce.
Forse fonde, ma non fonde.
Ma al bar non mi ci fermo.
No.

domenica 2 luglio 2017

Amore mio



“Ci son rimasto male, sai?...” – mormoro al suo orecchio mentre nudi come suini ci sfreghiamo l’un l’altro sul mio letto, prodighi di coccole amorose, attori di un segreto improbabile e improponibile.

“Per cosa?” – mi chiede a fil di labbra sbaciucchiandomi rumorosa, muovendosi sinuosa di pelle sudata sulla mia pelle sudata, sicuramente bramante una seconda impalata maestra come quella che le ho dianzi ficcato.

“Perché stai con Max” – sentenzio più greve e sofferente che posso, godendo di quei capezzolini di legno che si piegano duri sui miei mentre ci sfreghiamo ancora in calore.

Pausa secca. Occhi negli occhi.
“Mi prendi per il culo?” – “No, Tea.”
“Cioè spiega bene, te saresti geloso?” – mi faccio smorfioso, non rispondo, guardo in basso e poi la fisso, bella non è bella, ma in certi momenti ha un suo perché, sicuramente di corpo è una silfide erotica, matematicamente ha un culo neoclassico.

“Tazio?” – mi chiede sollevandomi il mento per cercare di guardarmi per bene.
Pausa metodo Tazislawsky.

“Tu mi manchi da morire, Tea.” – soffiato, sibilato, sofferto, straziato, disperato, così ben costruito che a momenti mi innamoro, che bella che sei Tea, che bella amore mio, bella di papà, sì Tazio, ed è un abbraccio, tragico, drammatico, romantico, sentimentalpopolare e mi monta una minchia da paura, che liscia, sudata, odorosa di ormoni aciduli, con quel cinto pelvico disarticolato dal resto che madonnasantissima, come sa menare il culo lei manco l’Immensa Miley Cyrus, scivola, bagnata, viscida, calda, carnosa, aperta, depilata, Barbie Porno, il megacazzo entra come in una caverna, dai piccolo amore, fatti chiavare ancora, whops, voglio far l’amore con te Tea, Tetea, anche io Tazio, ed è bufera, tregenda, tragedia, sento i Bee Gees, sento il favoloso Fausto Papetti, che mi dicono suonasse il sax, perché tanto più che guardar le copertine dei dischi e tirarci le seghe non abbiam mai fatto, così Tea amore, che bel buchino del culo che hai (penso), lo accarezzo, non entro, son rispettoso perché io ti amo amore mio, ma spetta ‘mo che ‘sto fricandò che sto mettendo in piedi funzioni e vedrai come te lo straccio che neanche una troia rumena GILF, amore vengo, vienimi dentro Tazio, non smettere, sì amore, ti vengo dentro, massaicheccazzomenefregamme, come godo, amore mio Tea, come godo Tazio amore mio, Tea amore, Tazio amore e la vita è stupenda.

“Max è un coglione” – sentenzia aspirando la prima boccata della canna che ha, come da regola UE, appena arricciato.
“Perché?” – chiedo sussurrando, mentre le bacio la spalla, ancora steso, mentre lei siede nuda, come in un film francese d’amordolore.
“Si spacca di Campari e alle dieci è cotto. L’altra sera l’ho messo a letto io.”

“Stai con me, ti prego.” – e sbaciucchio, mentre lei mi passa la canna e si abbandona su di me ad occhi chiusi e un sorriso. Sento di aver la cartella giusta per fare tombola e, infatti, di lì a un centesimo di secondo la ninfetta oscena si gira a baciarmi sussurrando “Ci pensavo anche io, sai?”.
E ricominciamo ad avvitarci, passandoci la canna, erotomani, tossici, amorali, indecenti, bugiardi, bastardi, cavalcami dandomi la schiena amore, un balzo, una gazzella, un culo dotato di vita propria inizia un twerking da conversione alla religione Naticoista, un capo dai capelli arruffati mi guarda da sopra la spalla, portando i segni del piacere, piacere sporco, piacere nostro.

A’ la guerre comme à la guerre, giovanotto.

Vualà. Lesgiòsanfè.




domenica 25 giugno 2017

Fidanzamento

“Oh, ma il tipo ce l’ha?” - mi chiede la donzella sulla trentacinquina, figa, un po’ anni ’70 col gonnone e l’occhialone ferma capelli – “Non so, sto aspettando anche io” – rispondo guardandole le dita dei piedi nei sandali infradito (che si vede che son di marca) e c’ha le dita nodose e lunghe come piace a me, impolverate dalla merda di calcinacci lì sotto, poi arriva il tizio col cappellino col frontino e mi fa “Quanta ne vuoi?” che io dico “Fai lei poi ci parliamo” e lei mi ringrazia, il tipo incassa e scarica, fa me e poi evapora – “Ma te la fai qui?” – chiedo sommesso e lei – “Un po’ me la farei che il resto lo devo portare a un amica, è che non mi fido qua…” e io la seguo mentre cammina male sui calcinacci e poi si gira – “Te te la fai?” – in un toscanazzo rivelatosi poi fiorentino – “Se mi fai compagnia sì, se no vado” “Sì, sì, ti faccio compagnia se vuoi…” – guardandosi in giro, un po’ affannata che si sale – “Offro io…” – dico magicamente in un soffio ed allora è sì, cazzo sì, se offro è sì, cazzo di tossica dimmerda e ci infratttiamo nel tugurio lurido, ci sistemiamo su una finestra che dà su delle erbacce secolari, si accoccola a gambe aperte con la mutandina candida, sia perché è bianca, sia perché e di cotone per bene, doppia carta di credito, cento euro e si parte, discreta, pensavo meglio, mi vien voglia di chiavarla, ripartenza, vai chemmifrega, pista che devo passare, beh dai sale piano, ma non è male, no infatti – “Ma sai che sei figa?” “Mavaffanculo, te mi vuoi chiavare!” e ride, ride, ride, si ride, le accarezzo i piedi, lei si fa seria e mi fa – “Ma t’ha preso così davvero?” “Sì, cosa devo fare?” e nell’attimo romantico dell’antro di piscio e merda, siringhe e sangue, scatta l’amore, quello vero, col bacio sincero, quello dal cuore e allora propongo a fil di labbra di farci un altro giro di prova e lei sorride e via, liberiamo le vie aeree e respiriamo l’aria degli affetti sinceri – “Vuoi che ti faccia un pompino?” “Per cominciare” “Oh non è peffà la bigotta, ma io qui un ci hiavo t’oddico eh…poi un ciò nemmeno i preservativi..” – ed allora succhia amore della mia vita, succhia bene e lenta e togliti i sandali, stupore, divertimento – “Che sei uno de huei matti che so’ innamorati dei piedi?” – massì, son io uno di quelli, ma senti labbradifuoco, com’è che ti chiamano? Franci, Francesca, bel nome, se avessi una figlia la chiamerei così, grazie – “Oh non mi venìnbocca he non mi piasce” – certo amore, tutto per te, ti avviso, ma tu mi fammi assaggiare quelle ditina nodose, mannò che son zozzi, ma non ti preoccupare che godo abbestia, dai succhia che vengo, sega ultrafast, con moltiplicatore della velocità, brava, bravissima, sborro come un koala siberiano e lei sorride, mordendosi il labbro, che brava che sei Franci, festeggiamo! e ride impiastricciata e mentre si pulisce coi Kleenex io attrezzo le piste che manco a New York al JFK e via che ci si rallegra felici e la tiro in piedi limonandola e la inchiodo al muro di schiena e scivolo nelle mutandine di cotone infantile e le frullo cortese la carnina con la strisciolina di pelino scurissimo, nel triangolo bianco di sole della Versilia e, mentre cede sulle ginocchia abbarbicata a me siffosse ella edera, sgocciola una venuta dignitosa, cantata, dignitosa al punto di poter essere considerata onesta, nell’occasionalità dell’incontro tra consumatori diretti, di cui uno ospitante.

“Tesoro devo andà he sennò mi perdo il treno. Ma te passi mai da Firenze?”“E se ci passassi che cosa succederebbe?” “Un so’, ci si vede”- arrampicandosi a fatica, con quelle infradito.
E perché no, Franceschina pura? Però dammi un numero, che sennò l’è un hasino hiamà tutti pettrovarti, ride, ci squilliamo, abbiamo i nostri numeri, l’amore è stupendo.

La porto alla stazione.
Ci baciamo, siamo praticamente fidanzati.
Queste sono le mie donne.
Viva l’amore vero!



mercoledì 21 giugno 2017

La corte del Nespresso

A volte l’età trasforma in qualcosa di nuovo, che diviene interessante per ciò che vale e allora ci si chiede se si invecchia o ci si trasforma, ma lascio a chi sa di filosofia la questione.

E’ stato per un puro caso che mi sono ritrovato nella cucina della Betta Bettina a sorseggiare un Nespresso, soppesando i silenzi e le parole.
Non nego di provare per lei ancora un’attrazione fisica intensissima, ma in un momento di rinsavimento ho pensato che questa doveva rimanere sullo sfondo, lasciando che uscisse il suo male di vivere, o almeno quelle poche gocce che lei lascia trafilare, perché il conflitto, la guerra sanguinosa che vive interiormente, è davvero sterminante.

Posto che non sono la persona più adatta, per fama e per passato, a dare consigli su cosa si deve fare, mi sono limitato ad ascoltarla per quel poco che ha detto e non sono mai intervenuto.
Abbiamo confortevolmente condiviso un silenzio molto lungo e poi le ho chiesto se, passando previa telefonata, sarei nuovamente stato omaggiato di un Nespresso.

Un sorriso caldo e triste dei suoi e un abbraccio penso volessero dire sì.
Con la Betta si fa i seri, raga.

Spiacevole

Eh no cazzo, questo no, su, è davvero surreale, non ci posso stare, non posso piegarmi a queste bassezze dell’intelletto, a questa vuotezza mentale persino esilarante, no, ma manco morto, sorry. Perché passi che mi sfrugugni l’ultima suinetta che IO ho trafugato, passi che me lo sento dire da lei solamente che siete assieme (rido!), passi che lo sapevi che me la traforavo IO e che se si è fatto un giochino di squadra non vuol dire che quella è roba di tutti e chi piglia piglia e gli altri affanculo, ma che mi arrivi a chiedermi “in prestito” la coda anal plug che “lei ti ha raccontato che le era piaciuta tanto” no, mi spiace, negativo, niet, nisba, nada, capisco molte cose, capisco che sei un coglionazzo da disprezzare, capisco (pensa un po’!) persino tua moglie che ti ha fottuto il culo in modo così semplice.

Ed è per questo che te l’ho prestata quella fottuta coda dimmerda, Maxtronzo, perché il suo valore commerciale è al di sopra del tuo valore umano: poco meno di cinquanta euro.
E adesso rompo il recinto, amico di ‘sto cazzo. Tanto è così che si fa no?
‘Ndo cojo, cojo, che la fica non è di sapone e non si consuma.






venerdì 16 giugno 2017

Tornano

Maiale inglesi allietano.


Triclinio emiliano nella notte infuocata nel retro della Solita.
Gestione familiare, menu turistico, consumo autistico, vesto pantaloni della tuta senza mutande per dar sfoggio di forma, calzo infradito sensuali, ecco il maschio bisex che vive col suo tempo e con la performàns.
La piccola Troiatea scoscia vogliosa in braccio al Maxmanzo che la palpa ovunque, ma tanto sono assieme e io mi introito ripensando sognante alle grandi tette a campana della maialainglese molto attempata, ma non per questo smorzata, certamente non annacquata, sicuramente alcolizzata, sempre ubriaca, ingorda di cazzo e sborra, troia tritatutto, culo aperto come un garage col telecomando, ah che nostalgia delle belle monte animali notturne nel capanno di Manlio, che corpo quel maschio, Manlio Bagni Marittimi, che vorrei vedere che fossero Bagni Montani, in spiaggia a Zirvia, che bella la breve Vacanza Taziale all’insegna del trash sgocciolante come scolo di marinai busoni, alcool a fiumi, marocco e maria a ruscelli, tanfo di ascelle e piedi sudati nell’angusto anfratto di legno marcio, groppi di corpi viscidi e mugolanti nel buio bollente, che nostalgia, che saudade, quand’ecco che nello scorrere vacuo ed identico delle parole inutili trionfa un concetto, secco, pregno, spiazzante, acuto, degno di pausa riflessiva.

“Oh, ragazua, guardate che comunque tornano i peli, mi spiace”.
“Cioè?” – risponde malauguratamente lo Zack gazzettaro ancora immerso nella Rosa.
“Cioè la passerina rasata non va più, adesso va la pelosa” – sentenzia, malfermo sui suoi neuroni, il Saaaarti.
Sono anziano, non ci sto più dietro.
"Ohè bambolo, ma checcazzo stai dicendo? ‘Va – non va’, non è mica una cravatta la figa, veh!”
“Epure…” – conclude il modenese dall’aria scheggiata come un parabrezza sotto un cavalcavia.

Che meraviglia.
Seduti al caldo torrido di una pseudofrasca notturna, una coppia lercia si struscia come incestuosi cuccioli di pechinese e a me si imbarzottisce la Minchia Randazza e Rampazza, guardando il collo del piede della sozzetta, così intarsiato di vene, così celato (seppur a me molto noto) dalle fetide ‘spadrille’ arancione uovo.

Ma se invece di favellar di fica, mi chiedo pragmaticamente suino, la si andasse tutti a montare da qualche parte, ma magari anche qui, sul tavolino, in mezzo ai bicchieri, aspirandola come una ciotola di patatine rancide condivise in gruppo assieme all’ennesimo Negroni che tanto giova al cor e ai naviganti non intenerisce nulla, tantomeno la Minchia Zampogna?

E invece no, si favella di peli, di porno e di figa, raccogliendo persino un non richiesto "a me fa schifo pelosa" della giovine virgulta di cazzo randello, come se avesse iniziato a rasarsi alle elementari, rimanendo per questo ignara del fatto che la donna viva in mezzo alle gambe è pelosa, talvolta pelosissima, talaltra meno, e che il pelo non fa “schifo”, è pelo, è sesso, è odore è sugna genitale.

E sento l’esigenza intima di richiederle un pompino, ma é assieme al Maxotango e non oserei mai, ma mai mai, sicchè aspetto che La Leggenda Del Manzo Bevitore vada all’appuntamento con la sua rumorosa pisciata, per sussurrarle all’orecchio sceneggiatura, coreografia e pornografia che ho scritto a pugno scorsoio per noi e lei si morde un labbro (boccale), sorridendomi febbricitante di voglie da cloaca mefitica come i suoi luridi piedi deliziosi.

La madam inglese sarà ritornata all’ovile brexit? Nel capanno di Manlio regnerà il silenzio?
E la Tea schifosamente arrapante ammicca in mia direzione, pur essendo nuovamente sulle ginocchia di Maxcalì dalle mille mani che sembra distinguere solo tettine inesistenti e birre medie.

Come se quelle tettine di pietra necessitassero di massaggi rassodanti.
Come se quel Maxetilico necessitasse di fica.
Persino se fuori moda, come l’altro Etiluomo ha saggiamente e coltamente sottolineato.

D’altronde, se non sono i Sarti a saper di tendenze, no?
Dio che cazzo di voglia troia.
Andrò a puttane, pelose o depilate, non importa.
Quel che importa è la salute.

Un Negroni per tutti, please.
Alla Salute.

mercoledì 31 maggio 2017

E grazie.




Ecco.
Cioè, intendiamoci, non che io ci facessi dei gran conti eh.
Però vi è da darsi che chiavasse con me per arrivare a lui, oppure chiavasse con me perché lui non ci aveva provato e non se la cagava, tutto va da darsi, per uno che recentemente pare prenderla nel culo senza godere da uoma puttano, come giustamente pretenderebbe.

Maxmanzo.

Son ragazzi. Beh oddio, ragazzi, ragazzi anche no.
Certo che un po’ fa da ridere, eh, che si siano “messi assieme”.

“Oh Tazio io con te son sincera, lo sai, e c’è una roba che devo dirti” e tira su col naso, all’aperto alla Solita, stringendo la gamba alle tettine, il lurido piede nudo sul bordo della sedia, che a me mi fa tirare il cazzo come la gravità bulgara.

“Dimmi, vai” rispondo io, che avevo già fatto duepiùdue e anche trepersette.
“Io spero che te non t’incazzi, giuramelo. Ma io e Max…” e io dico “Sì? E di che cosa dovrei incazzarmi, avete mica litigato vero?” - replico da nonna puttana - “No, macché litigato, noi due stiamo assieme e volevo tu lo sapessi subito”.

Auguri e figli maschi, che m’incazzo, figliuola santa?
Piuttosto che mi incazzo direi ‘Masticazzi’, in contro canto al Pupone e a Cassano.
“Assieme”. Mah.
Due cuori e una capanna, con palese riferimento ai di lei genitali.
Tutto ok, non mi incazzo.
E di che dovrei incazzarmi, no?

“Ah” - dico - “ma sai che un po’ me l’aspettavo?” - e sorrido da placido adulto saggissimo quale sono.
“Però un’amichetta potresti presentarmela adesso, no?” - rido sublime e inossidabile.
E ride, sta minchiaiola dimmerda. Ma mica dice: sì, ok, Tazio, ti trovo io un nuovo fodero di carne umana vivente per la tua spada antimaterica, no.
Ride e mi ringrazia timidina, che sembra fin per bene, la drogatella-alcolizzatella-ninfomanella.
E va ben.

Poi vengo punto nel mio culo rinascimentale da una curiosità.
“Ma lo ami?” - che bella la terza media femminile, mi mancava.
Si contorce guardando in alto, sorride idiota.
Ok, non rispondermi Tea, non so se ce la posso fare.
Le prendo la mano e sdrammatizzo.
“Promettimi che rimarremo amiche, capisci, cioè io, vabbè, eddai, cioè, te sei la mia migliore amicaaaa, vabbeh, eddai.”
Patetico cciovane.

Ed allora ecco lo Spirito della Troiona Imperatrice che cala ed entra nel corpo della giovinetta, prendendo il sopravvento ed il comando.
Come un virus controlla tutte le cellule, sale sul ponte di comando cerebrale ed ordina al corpo di alzarsi, lasciando le espadrille arancioni, fetide, sul pavimento, raggiungendomi con i sensuali piedi scalzi e luridi, neri sul tallone, ficcandomi in gola la lingua fringuella stornella, per poi sibilare vis-a-vis, con ancora le mie tonsille in bocca: “Tra noi non cambierà nulla, scemo…”

Eccerto, scemo totale, che te lo dico affare.
E’ per quello che mi hai avvisato di “esserti messa assieme” col Maxmanzo.
Per confermarmi che continui a farti chiavare da me.
Commovente, sublime, che futuro di successo, tuttapposto Tè.

Urgono riflessioni.
Diversivi.
Forse un’evaporazione sterilizzante.
Una sanificante tirata di sciacquone.
Un consapevole abbandono della pubertà.
Di questa almeno.

Ecco.
Ve l’ho detto.
Là.




domenica 28 maggio 2017

Nella vecchia porcilaia


"
Nell’ex stalla dei maiali 

tre uomini gioviali
han legato sulla tola
la bella ragazola
con la benda nera agli occhi.

“Che fai e non la tocchi?” 

– somaro di un sandrone -
mosì che la strapazzo,
la scaldo e poi ci sguazzo
finendo senza meno
a ficcarle dentro il cazzo.
"

Che poesia, alla luce della lampadina di design minimalista, quell’opera che tutti abbiamo avuto una volta nella vita, “Legata a un filo” è il suo nome, ve la ricordate?
Ma che bell’odore di maschi sudati e di fica, di cazzi e di ascelle, di umido, essenze sublimi che ravvivano il vecchio odore di porco di quella casettina di mattoni e lamiera.

La porta aperta dà sulla campagna pregna di tanfo di liquame, parente stretto dello stesso liquame che ci tinge l’anima di merda pervertita.
“Sbattila” grugnisce il giovane tormentando quelle tettine irte  e gonfie, ed il bell’edile arrapato, peloso sul petto come un tappetino del cesso a pelo corto, affonda il cazzo nelle carni tremule della nuda ed oscenamente gaudente giovinetta ginecologica, che mugola dimenandosi, ben legata alla tavola sulla quale anni addietro si era adusi a confezionare salami, svuotare interiora calde, sgambare prosciutti, arrotolare pancette, sguazzare nel sangue che “el mazador di ninin” aveva inevitabilmente sparso.

Ma stanotte no, niente sangue, no. Solo manzi sudati, alcolizzati e fumati che condividono le loro verghe erette con la ninfetta porno che si dimena dal piacere, succhiando due cazzi, mentre il terzo la trapana nella oramai indecentemente esperta fichetta rasata.
“Nel culo no!”, eh no!, nel culo no giovine, cosa credi, che siam qui a truccar le scimmie? nel culo no, ‘mo nononono, ci mancherebbe contessina, scusateli, son ragazzi.

E il giovine la sbatte con forza e passione, mentre l’edile mi affianca, fraterno, e io lo cingo nel sudore intenso e viscoso, ghignando con lui su quanto sia elegante, colto, culturale, amichevole e persino pedagogico, trombare la troietta tutti nudi nella stalla e il contatto col suo corpo mi fa tirare il cazzo come un argano kazako e allora, dai, vieni, che le mettiamo in bocca ‘sti due tronchi di sequoia e la giovinetta sugge, rantolando da suina, che bella benda nera che c’hai troietta, adesso la macchiamo di un bianco un po’ opaco, tanto lo so chi siete, froci porci puttanieri, ah sì lo sai puttana? sì lo so, uno è Max e l’altro l’ho visto al bar ma non so il nome, succhia puttana, sfregaci le cappelle, stupendo Max, godo come una porca, mi ti farei maschione, lui ride di traverso, ombroso e virile, che due froci che siete, tu sfrega e fatti chiavare, zoccola ansimante, daimo Zack sfondala, tanto lo sa chi sei, grugniti sordi, scricchiolii di legno marcio, mani, dita, capezzoli durissimi, pelle d’oca sulle cosce, son Max, eccomi qui troia, ti chiavo, sì chiavami! ti voglio porco!, e il suino affonda nella fossa mentre Zack le spruzza in faccia il suo carico di sborra.

Ingloriosi bastardi di merda, intortatori di fogna, adulti insani con pruriti da cinghiali al Viagra, stolti distorsori della virtù giovanile, ma che sesso Max nudo col cazzo duro, lo abbraccio da dietro mente pompa la pupa e gli piazzo la minchia dura sullo spacco sudato del culo peloso e con la mano gli strozzo la base dell’umida minchia, onesta, né grande, né piccola, ma dura di marmo e lo abbraccio sudato mentre gode e pompa chino e lo incito osceno, seguendo il suo corpo maschio incollandogli il mio e niente lo ferma mentre fotte ad aratro esavomere, che la pupa gli piace, si piacciono, si pigliano da prima, in segreto, e sortisce il suo orgasmo, un altro gran troia!, ma quanto sborri stasera!, dai Max, sfondala, ma lui si sfila di brutto, scacciando la mia mano, per segarsi veloce e irrorarle una gamba, vai Taz, puniscila tu!, spaccala in due! dai spaccami bastardo! e io fotto la troia alcolizzata, fumata e giuliva, dal sorriso febbricitante per il  gioco da adulti malati e dopo un po’ di colpi profondi le schizzo il mio seme nell’ombelico pirsingato, ma che pozza, ma che bello amisgi luridi, l’hai fatta rivenire Taz!, mo che sporcacciona che sei, ma ti chiediam dei soldi vè e ridono scemi e sereni, la campagna liquamata, i maschi di merda, slegatemi maiali, tanto lo so chi siete, che mi scappa una pisciata da scoppiare, se no vi piscio addosso! che eventualità golosa e arrapante, ma i verri urlano fuori!, fuori a pisciare!, il buio, il corpo nudo, sudato, accucciato animale, lurido di sborra e sego umano che sibila la piscia senza pudore, schizzandosi un po’ i piedi, dopo dormi da me, sì e mi bacia slinguandomi e sa di cazzo e sborra, odore d’erbetta accesa, passa animale, tò, la giovine che ride oscena e picchia i pugni sul petto dell’edile che la limona aprendole le chiappe rosse di sfregamento sulla tavola e si ride, lo sapevo busone che eri tu, la voce la conoscevo, ‘sta minchia pure, ma anche quella Taz, mi brucia la paperina sai?, dopo ti schizzo dell’altra cremina, e mi lecchi la bua? e se la strizza oscena e sguaiata, sozza lolita troia amorale, drogata, alcolizzata e molto ben integrata, si ride e si bestemmia, anche lei, che sesso, tutti nudi, sgrullandoci, luridi, deviati, demoni corrotti, ma com’è che cominciata?, ma che cazzo ne so, son fuori di legno da stamattina, anch’io!, ma tutti!, ride, ride, ridiamo, ridiamo idioti, la vita è bella così, sì dai e si ride.

Che domani è domenica.


lunedì 22 maggio 2017

Domenica, coda.



Un sussulto, ma di stupore credo, poi il dialogo a voce bassa, che siamo nella barca ormeggiata e intorno c’è il mondo che passa è domenica, tutti al porto, “E’ come un dito…”, sì è come un dito, Tea, ti ho infilato quello di silicone, il più piccolo, perché vedi, Tea, il culo va addestrato, lentamente, con piacere, dilatato, reso elastico, pronto ad aprirsi…, ma la mia porno solennità  poetica viene spezzata da “Chefffffffigata questo, l’ho visto in un porno, ma quanti cazzi ne hai di ‘sti affari?” e ride agitando irriverente la coda di vero crine di cavallo (che saranno capelli birmani maschili, se va di culo).

Ne ho tanti, Tea, rispondo pacato come un serial killer e osservo quell’inserto dorato a cui è legata l’elegante coda e penso a quella troiadimmerda della Chiara, che era suo, era il segno di una mai dichiarata appartenenza e sottomissione al Gran Maestro di Quercia Tronchea e poi guardo le chiappette della Tea nuda, che è stesa sul letto di cabina di questammerda che non va più in moto.

Stesa erotica come fosse la Porneleonora Pornoduse e allora le tolgo il silicone taglia XXS e prendo un S, lo ungo, glielo infilo lentamente nell’iperlubrificato ano, mentre lei fissa un punto a cazzo della cabina con un semi sorriso a bocca aperta, poi fa un “ahh” sottovoce, lento, giusto quando è dentro tutto, tutto nel culo, anche se piccolino, ma tutto dentro.

“Questo lo sento mooolto di più”, mi sussurra aprendo le gambe per toccare l’estremità gommosa rimasta di fuori, mentre io mi ungo la Tronkazia che si scappella e comincia a tirare dabbrava e appena tira metto di schiena la Tea, generando un rollio anomalo nella barcammerda, poi le divarico le gambine, le sputo sulla fichetta, che si schiude rosata per accogliere lo Smataflone Aureo e le scivolo sopra, sudatissimo come lei, che ci saranno 220°C dentro, e approfondisco l’argomentocazzeo nella carne viva, annusandole le ascelle, ancora evocanti un antico deodorante della doccia del mattino e spingo dentro il cazzo, ma che belle ruvide e sudate, le lecco eccitato, poi avverto nettamente sulla cappella il ripieno che serba nel buco odoroso del Culo Vergine e lei sorride, guardandomi, sussurrando “Come fosse una doppia…” per poi perdere l’uso della pornoparola youtubbara, lasciando spazio al rantolo contenuto, che si intensifica ad ogni affondo di Minchia Bronzea.


Sbatto dentro senza cura, alla cazzo, la sbatto perché voglio arrivarle alla cervice, voglio che gema di dolore e godimento e le tengo stretti i polsi sopra la testa, spingendo, strizzandola, palpandola senza stile e lei gode, abbandonando le sue gambine eleganti morte sul letto, mentre sbatto, sbatto, sbatto forte, la fotto spingendola al bordo del letto dal quale la testa le cade all’indietro e allora, senza richiesta, le tiro i capelli, fottendo come un cinghiale quella bianca creatura dal petto piatto e sbatto, pensando che è ora che la Coda del Divino Tazio cambi destinataria, vaffanculo la troiadimmerda e la Tea comincia a tremare come un vibratore e mi dice “Vengo..” solo di labiale.

Rimane a bocca aperta a tirar aria e grugnire il suo orgasmo, e io perforo, abbatto, sbatto, ruoto, freso e tornisco l’arrossata fica resa implume da un dozzinale rasoio, mentre la testa della Tea si solleva ad occhi rovesci ed io le sussurro “Voglio sborrarti in faccia…” cosa che, nell’evidenza, induce un inatteso protrarsi dell’orgasmo, rivelatosi solo in seguito, il secondo.


Attendo, attendo che l’onda si cheti per sgusciare dalla fica e presentarle un impiastricciato cazzo violaceo che lei succhia con non trascurabile devozione, succhia e sega, sbava, lecca, mentre io, col fiatone, ma con voce quasi immobile, sentenzio “La coda va guadagnata, Tea. Non è un plug qualsiasi.”
Lei sorride lurida, sudata, lucida, gonfia, torbida, molle, ad occhi socchiusi – “Bisogna farsi inculare, vero?” - chiede sozza con un filo di voce ansimante ed io scuoto la testa dissentendo, ma comincio a perdere il controllo e le stappo dal culo il plug e lo succhio, sa di culo, sa del suo Culo caldo e Vergine, accarezzo nemmeno tanto perifericamente l’ipotesi di troncarglielo nel retto senza tante liturgie, ma poi accantono, glielo spingo in gola sinché non sento stringere e non sento il conato sordo, poi arretro e poi mi distraggo perdendomi in quella nobile pratica della pompanza, quand’ecco che la mia ancella del Glande mi guarda negli occhi e mi mormora come uno Smiggle “Mi fa male…”, ostentando scellerata la coda delle Ancelle del Sacro Maestro, coda indossata senza permesso, mentre il Divino era assorto nella fottanza del cavo orale.



Brutta puttana che sei, almeno infilatela bene e ruoto senza cura sentendo il proiettile che viene deglutito dall’Ano Ancellare, gridolino, pecorina, aria succhiata tra i denti e esibizione, “Ho la coda…” sculando lenta a destra e manca, dovrei punirti maiala troia, sussurro a denti stretti – “Perché non lo fai?...” – mi provoca, culo all’aria e viso rosso nascosto dal braccio, la minchia sta per scoppiarmi, la sculaccio forte, lasciandole l’impronta della mano, senza toglierle il sorriso, cinque, sei, dieci, prendi puttana cagna, poi mi chino infoiato come un animale ad annusarle sotto le dita dei piedi e sì, sì porcoddio, delizia delle mie narici di porco, sudore di cagna troia lurida, intenso, dolciastro, mi stendo, cavalcami puttana, adesso sei mia, sei la mia ancella puttana e la Tea pompa, con quella coda che le esce dal culo e mi accarezza i coglioni, gemendo di dolore, ma pompa per farmi venire, “Voglio che vieni cazzo!” e inizia una cavalcata furiosa che la barca sbatte di poppa contro il moletto di merda e tin e tun e montami Tea troia.

Sbatti troia, che tanto il tono di voce controllato è andato vaffanculo, perché adesso si monta, si monta abbestia, come sculi cazzo di quella merda e lei sorride godendo come una pappagalla adultera, “Dai, vieni, vieni con me…”, sì ma prima dimmelo cosa sei, dimmelo – “Sono la tua schiava troia… vieni non toglierti… sono la tua troia…schiava…la tua puttana” e esplode come un ordigno deflagrante in un urlo roco di gola, stropicciandosi malamente i capezzoli e io contropompo le sue cavalcate e credo ci abbiano sentito nel giro di un chilometro, ma coi cazzi dei cavalli, amisgi, coi gran cazzi che le ho riempito la fica di sborra, coi cazzoni giganti e nodosi.
In faccia avevo detto ed in faccia ho perpretato, con suo sommo godimento, che di tale pratica pare ghiotta. E va ben, a ognuno il suo. A me, lo sapete, in faccia non piace.
Ma tutto il resto sì.




***
Quiete, riprendo i sensi.
“Alzati e mettiti in punta di piedi, spingendo in fuori il culo, che voglio guardarti”
Esegue, sorridendo da foto, tenendosi i nanoseni come se fossero quelli della Anderson.
Che arco, che profilo di culo con coda in controluce.
Sarà pure bruttina, sì. Ma che fisicata cazzo.

“Guarda che io non scherzavo: chi se la mette nel culo, questa coda, diventa la mia schiava”
“Ho capito sì” e lentamente, con un catalogo di facce del dolore che altro che emoj, si sfila dall’ano il Sacro Vessillo, carezzandosi il muscolo dolente con una faccia a bocca storta.
Poi indossa il suo slippino di cotone rosso e mi dice “Dai, vieni, sediamoci fuori che ci facciamo una birretta e prendiamo aria”.
Resto a osservarla ancora steso, che le vedo appena i piedi e le gambe.
Medito con nettezza ad una cosa. E quindi, sulla sua spinta, agisco.
Frugo farabutto nel suo zaino, che tanto col riflesso non mi vede.
Apro lo scarno portafogli, trovo i documenti.

Primofebbraiomillenovecentonovantanove.

Sollievo, è del secolo scorso.
Il mio stesso.
La mia Schiava è secolare.
La mia Birra è gelata.
La Barcammerda di Malavasi.
Per ora, l’unica inculata l’ho presa io, da Malavasi.
Ma cin Culatea, anche io ti lovvo.
 


mercoledì 17 maggio 2017

La ragazza omega



Obé obé obé, cara Tea, che ti togli le AllStar e i jeansuzzi e scivoli le tue gambine lisce sulle mie, per tormentarmi il pisellone che penzola scappucciato sotto il Corallo e profumi di doccia, di pelle, di comune crema supermercadora e sfreghi, e alzi e strusci e stringi e seghi e fresi l’adamantina durezza della Colonna che si erige in onore di Priapo, mentre il glande gioisce di talune asperità appena callose che ornano la pianta del tuo piede sinistro, ed apprendo dai fatti, dalla visione della t-shirt bi-chiodata, che non indossi nemmeno questa volta il reggiseno e trovo la cosa onesta, sincera, non ridicola, coerente, considerate le microtettine che hai ed i deliziosi macrocapezzoli che ti possono spuntare quando la mini fica ti trasuda una sozzura forse a te nuova, ma assolutamente gradita e così, mentre ti abbarbichi coi piedi sul Bananone, come farebbe Cheetah in “Tazzan e la Caverna Del Piacere” (un capolavoro), esprimo gradimento sul tuo inatteso ritorno e ti trovo schietta, immediata, fresca, sincera nel tuo divertito “avevo voglia di vederti”, così poco impegnativo, così umano, così cristallino e scivolo sul Divino per aprire le gambe ed esibirti ciò che forse non avevi percepito in barca, non così nettamente, non così brutalmente, non così mastodonticamente, e tu non dici un cazzo, ma non stacchi gli occhietti castani e fai scivolar la pargoletta mano nello slippino blu e ti tormenti la Labbruta, continuando la scimmiesca salita sul Tronco della GGiooia, siffosse esso albero della Cuccagna, da cui si scivola, ma se si raggiunge l’apice, si gode.

“Domenica ti porto alla spiaggia della Becca e facciamo sesso nudi davanti agli altri” grugnisco di quell’animalità canonica che voi conoscete bene in tutte le sue liturgie e la Giovinetta invece ignora, o almeno credo, massì credo di sì, al punto che ella sorride ammorbata e rossa dicendomi “Occorre andare fin là in fondo?” ed io dico no, non occorre, no, noo, nooooooo, posso chiavarti anche alla spiaggetta del Chicazzè e lei fa la spiritosa e dice “Andiamo in macchina, vero?” e io spacco il lucchetto della gabbia arrugginita e lascio uscire il Taziosaurus Rex che non vedevo da un po’, le sposto il bordo dello slip e le pianto nel corpo umano la Verga di Tazior, figlio di Mthor, fratello di Minchior, governatore della Fica da qui sino al regno di Mantovest, sortendo nella Putta un lamento gutturale e un riversamento del capo all’indietro.

“Tirami i capelli” dice la voce dell’Innocenza nel pieno della chiavanza sbattona ed io eseguo, perché quando mi si dice tira io tiro e tira di qua che mi tira di là, affondo la Bietola Turbo come coltello rovente nel burro di arachidi e la Piccinina spalanca le gambe, alternando dei “sì” assertivi e dei decadentisti “ahi” e “sì” e “ahi” e la mi viene che non ne ero preparato a cotanta repentina reattività e così reagisco pure io, permaloso e stizzito, inserendo la prima bombola di protossido come Vin Diesel in “Fuck Her Furiously”, scatenando il Glande Rotante come Dick Robot d’Acciaio, l’Asta Spaziale come Taizan III e mentre la principessa Godiva godeva come una Barbie nel suo camper rosammerda, mentre si vibrava passera e culo guardando quel culattone di Ken che lo succhiava a Krissy, che era una trans di nome Cristopher e lo si sapeva.

Molla il cazzo e tira fuori le palle, mi dice l’amatissimo e stimatissimo Viaggiatore, maschio magnifico che mi strafarei in tutte le posizioni e le preposizioni, semplici ed articolate, suggerendomi di andarmi a trovare una donna alfa che mi tiri fuori dalla merda.
Resto un po’ colpito, non ci avevo mai pensato, alla donna alfa.
E mixo, con l’abilità di un regista consumato e inquadro la Tea, sull’angolo del Divin Divano, che rolla un cannellone ripieno.
E’ ancora lucida di sborra sotto la clavicola di destra, zona sfuggita all’asciugamanatura post chiavale.
Ha due perfette gocce di carne sodissima che offrono agli dei piccole areole molto cazzute.
Non ha belle unghie dei piedi perché le taglia male, ma le dita sono nodose e c’è del potenziale.
Ha un culetto rotondo e generoso per il suo esile fisico dalle gambe snellissime.

“Allora domenica andiamo?” – chiedo abboccando molto fumo estasiante.
“Ok, andiamo.” – mi risponde socchiudendo un occhio e tirando.
“Mai fatto prima? Nuda in spiaggia, sesso in pubblico e via così?” – chiedo per segnarmi le features.
“No, zero. Topless una volta e scopato di notte in spiaggia un paio.”
“Spaventata dall'idea di domenica?”
“E deche? Di spogliarmi nuda? Non me ne frega un cazzo...” – incosciente, sorridente, avida di minchiate, ignara dei segaioli nudi che la godranno, che meraviglia.

Ma cosa me ne faccio di una donna alfa, quando posso sciacquettare merda con una ragazza omega?
Ci penserò.